Non è facile parlare di un posto così. Un tempo questo complesso psichiatrico rappresentava uno dei centri di igiene mentale più importanti, più conosciuti e prestigiosi d’Europa. Il complesso è composto da una serie di ville di origine seicentesca e altri edifici minori, per un totale di circa ventisei stabili, circondati da un bellissimo parco oggi invaso dalla vegetazione spontanea. Il complesso si trova in una posizione panoramica rispetto alla città sottostante, sulla cima di un colle dal quale si gode di una vista spettacolare. La posizione non fu assolutamente scelta a caso, il suo fondatore, il dott. A. S., medico operante e padre di un figlio con malattia neuropsichiatrica, riteneva infatti che questo luogo, immerso nella natura, avesse un effetto sanante e rigenerante sulla mente dei malati. Tanto che decise di acquistare, nella seconda metà del XIX secolo, le prime due ville, proprio sulla cima del colle, dedicando l’allora piccolo complesso alla cura del ragazzo e altri piccoli pazienti come lui.

La facciata della villa principale.

La fama del complesso cominciò rapidamente a crescere facendo aumentare il numero dei pazienti e la domanda, tanto che la famiglia S. fu costretta a costruire nell’area circostante nuovi edifici per aumentare la capienza di quello che stava diventando a tutti gli effetti, per usare il linguaggio di allora, un manicomio.

Particolare di una finestra. Scatto di Alex.

Il dott. S. realizzò dunque un impero della cura mentale, una casa della salute. nella speranza di potervi curare il figlio e altri pazienti con patologie analoghe, e offrire loro un ambiente che favorisse il benessere. All’interno degli edifici sono chiaramente identificabili i reparti dedicati ai vari tipi di pazienti: un reparto per i pazienti ordinari, uno per i pazienti considerati pericolosi o criminali, caratterizzato dalla presenza di celle più robuste con porte rinforzate, e uno per la degenza psichiatrica infantile. In realtà i pazienti venivano suddivisi anche in base al sesso, al ceto sociale e alla gravità della malattia. Qui si curavano pazienti di ogni tipo, affetti dai disturbi più svariati: depressione, istinto maniacale, epilessia, follia, ipocondria, delirio, alcolismo e altre patologie.

I metodi di cura e i trattamenti erano quelli di allora, spesso si ricorreva all’idroterapia, all’applicazione di vescicanti (sanguisughe o mignatte per salassoterapia), all’applicazione di ghiaccio e talvolta all’utilizzo di corrente elettrica per le paralisi minori, ma c’è chi sostiene si siano svolte anche pratiche più cruenti oggi non più in uso nella medicina moderna, ma che allora rappresentavano gli orrori delle strutture manicomiali private.

Lettino per i trattamenti.

Le celle erano ovviamente insonorizzate, le loro mura furono realizzate con una camera d’aria interna di 5 cm. e anche le porte furono progettate per contenere i rumori e le grida dei pazienti. Le pareti verniciate a olio per consentirne una rapida pulizia.

La villa principale, la più grande e la più caratteristica è conosciuta come Villa di Mezzogiorno, anche se il nome reale della villa è un altro. Dal basso della città è impossibile non notarla sulla cima del colle, nel suo aspetto sinistro e imponente, pare abbia occhi che guardano. Oggi si presenta circondata da rovi e sterpaglie e in evidente stato di incuria, ma un tempo era avvolta da un curatissimo ed elegante giardino e i suoi saloni erano di un’eleganza sbalorditiva. Contava cinquanta stanze destinate ai pazienti più calmi e collaborativi di ambo i sessi. Nei pressi della villa principale sorgevano altre due ville, una riservata ai pazienti di sesso maschile e una a quelli di sesso femminile.

Affresco nel salone della villa principale. Scatto di Alex.

Intorno al perimetro della villa principale si snoda un lungo e stretto corridoio il quale si pensa fosse utilizzato per trasportare i pazienti da un reparto all’altro: attraverso lo stretto cunicolo si trasportavano i pazienti sulle sedie a rotelle per occultarli allo sguardo e mantenere alto il decoro e l’ordine sul quale si basava gran parte della Terapia Morale adottata dal dott. S. come metodo principale di terapia, e forse anche per occultarli agli occhi dei visitatori.

Nel 1884 vennero edificati altri due villini in stile eclettico destinati ai pazienti agitati di ambo i sessi. Nel 1887 vennero poi costruiti nuovi padiglioni: le cucine, le scuderie, la sala da pranzo e la casa del giardiniere, fu realizzato il viale che conduce alla piazza centrale del complesso, il suo nucleo amministrativo e la cancellata principale in ghisa. Nel 1896 fu realizzata una nuova villa destinata ad accogliere le signore e suddivisa in appartamenti di lusso con elementi architettonici neorinascimentali. Il complesso venne in seguito espanso e fu realizzata la falegnameria, gli ambulatori, la lavanderia e sartoria, la mensa e in seguito la centrale elettrica.

Tavolo per autopsie.

Agli albori della prima guerra mondiale il complesso era composto da quindici edifici di pregio, autosufficienti e polifunzionali, in grado di accogliere un totale di 550 degenti. Nel 1951 il complesso da manicomio privato diventò ospedale psichiatrico pubblico.

Particolare di una stanza.

Dopo la morte del dott. S. la gestione della casa di cura passò a uno dei figli che nel 1920 lasciò a sua volta in mano a privati. Nella seconda metà del XX secolo il complesso fu acquistato dal comune, dopodiché il suo percorso fu breve in quanto nel 1978 la legge Basaglia, una legge che regolamentò il trattamento ospedaliero forzato, impose la totale chiusura dei manicomi su tutto il territorio nazionale. In seguito alla chiusura, alcuni degli edifici furono utilizzati per vari scopi, come scuola infermieristica, come deposito, come strutture universitarie di chirurgia e fisioterapia, come archivio, fino al graduale e totale abbandono.

Particolare di una stanza. Scatto di Alex.

Quello che oggi appare come un luogo sinistro e inquietante, un tempo rappresentava una radicata realtà e speranza per quei pazienti che spesso erano considerati una vergogna nel contesto della società benpensante. Molti di essi venivano affidati a queste strutture nel più totale anonimato: qui infatti trovarono degenza personaggi illustri: fu proprio un allievo di Carducci e amico fraterno di Pascoli, poeta e critico letterario, a spegnersi agli inizi del novecento tra queste mura. La casa di cura attirò anche numerosi personaggi e studiosi della medicina del tempo, tra cui il padre della moderna criminologia. Ma questi luoghi avevano molti lati oscuri che oggi noi tutti conosciamo. Le pareti sono intrise di sofferenza e tormento.

Come se tutta l’oscurità di un posto come questo non bastasse, durante la Seconda Guerra Mondiale, parte della struttura fu occupata e adibita a sezione di prigionia e di tortura per i partigiani. Si ricorda un’importante operazione dove furono liberati più di cinquanta prigionieri tra i quali ebrei e politici. La targa commemorativa posta sopra l’edificio, ci ricorda invece il triste destino di quattro giovani partigiani che vi furono imprigionati per poi essere condotti alla fucilazione, per aver rifiutato coraggiosamente l’arruolamento al servizio della criminocrazia nazifascista.

Manicomi Abbandonati Ospedale Psichiatrico Ville Sbertoli
La targa commemorativa.
L’orologio nella piazza centrale del complesso fermo sulle ore 11.

Purtroppo i vandali non hanno risparmiato ciò che resta di questa struttura, in particolare la villa principale, dove il bellissimo salone centrale affrescato è oggi imbrattato di scritte a vernice spray. Nel salone, proprio sotto al dipinto più bello, fino a qualche anno fa si trovava ancora l’antico pianoforte che qualche ragazzino annoiato si è divertito a spingere giù dal balcone.

Un luogo come questo, non manca di essere circondato da una fitto alone di storie e leggende. La gente del posto racconta che i sinistri disegni sui muri (vedi video sotto) siano stati realizzati dagli spettri dei pazienti, ma un inserviente che ha lavorato presso la struttura ha svelato invece che sono stati realizzati da un unico paziente. Altre leggende raccontano che di notte si può avvertire ancora il pianoforte suonare, e che a suonarlo sarebbe proprio lo spettro del figlio del medico fondatore del complesso. Camminare lungo i corridoi infiniti dei reparti, dall’aspetto così cupo e sinistro, nella semi oscurità che ci avvolge e ci guida in un percorso che passa proprio davanti a quelle celle che un tempo ospitavano i pazienti, osservare attraverso gli oblò di quelle porte, è un’esperienza forte e toccante che non si dimentica facilmente, ci sembra di scorgere le loro ombre tormentate sulle crepe delle pareti.

Una scritta sul muro nel reparto di degenza infantile ha catturato la nostra attenzione, essa recita:

” Ci agliutati anche a noi lui. Ci salvati la vita a noi, lui. Anche che non si voglia e che non ci portino via e che non si patisca ci ha agliutati anche a scriverci così. “

La Galleria di Alex

La Galleria di Simone

Guarda il video.

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