Sulla via dei redenti che attraversa la montagna, incontriamo questo piccolo convento “abbandonato” al suo ignoto destino, un tempo dimora di una congrega di monaci benedettini che lo custodivano e amministravano già a partire dall’anno mille, secondo le prime testimonianze storiche. L’origine di questa dimora è dunque molto antica e si perde nei tempi remoti, eppure, le informazioni giunte fino ai giorni nostri sono alquanto scarse.

La sua funzione era quella di offrire alloggio, rifugio e viveri ai pellegrini che attraversavano la montagna, ristorandoli dalla loro fatica, dal dispendio di energie e dalla sofferenza fisica e mentale che sicuramente le poche comodità di allora comportavano, ed è proprio per questo che alcuni lo chiamano Il Convento dei Viandanti. Al tempo l’amministrazione del convento vantava cospicui averi, per lo più provenienti da lasciti e donazioni di benefattori, e svariati possedimenti nelle vicine borgate.

La pratica del pellegrinaggio ha origini lontanissime, esiste già dall’epoca paleocristiana. Inizialmente aveva scopo puramente devozionale, poi, nel periodo medioevale assunse un significato penitenziale, il vagabondaggio era una vera e propria condanna atta a espiare le colpe di crimini gravosi. I primi documenti di pellegrini penitenziali diretti verso specifiche mete religiose risalgono all’VIII secolo. Quando i condannati ritenevano di aver ricevuto pene troppo severe dal proprio vescovo, partivano per Roma per appellarsi direttamente al pontefice, in cerca dell’assoluzione o di pene meno severe. Fu così che le due forme di pellegrinaggio, devozionale e penitenziale si sovrapposero.

Nonostante la pratica del pellegrinaggio sia stata più volte scoraggiata dalle stesse istituzioni ecclesiastiche nel corso dei secoli, dopo l’anno mille la figura del pellegrino divenne fondamentale: i pellegrini furono promotori delle ritrovata mobilità e della ripresa commerciale e dunque economica, al punto che la chiesa stessa li riconobbe come figura indispensabile della cristianità, disciplinando la pratica del pellegrinaggio. Sulle vie dei pellegrini vennero edificati gli Hospitalia che altro non erano che degli ospizi che offrivano ai pellegrini vitto e alloggio, viveri e cure, se erano feriti o infermi, nei quali potevano trovare ristoro per tre giorni tra una tappa e l’altra del lungo cammino verso la meta. I pellegrini erano provvisti di una tessera in cuoio per essere riconosciuti come tali e ammessi a tali strutture, rilasciata dal sindaco della città di provenienza, oppure di un’attestazione del vescovo. Anche questo convento nacque, con tutta probabilità, come ospizio per l’accoglienza dei pellegrini in transito verso la santa sede.

Adiacente al convento, si trova una splendida chiesa, oggi ovviamente sconsacrata, le cui murature sembrano conservare elementi romanici. Il tetto è crollato e l’altare appare ormai quasi completamente inghiottito dalla vegetazione. Nonostante lo stato precario e la rovina, a tratti lascia scorgere attraverso i tralci d’edera, la propria antica bellezza, gli elementi architettonici e decorativi che la caratterizzano. La struttura del convento è a pianta quadra, l’accesso al chiostro interno avviene attraverso un portale in pietra costruito con molta probabilità prima dell’anno 1500.

Durante la Seconda Guerra Mondiale il convento ospitò una famiglia di illustri personaggi del Novecento, legati al mondo delle arti, che vi sfollarono e trovarono dimora durante tutto il periodo del dopoguerra. Il convento divenne infine il loro luogo di lavoro nonché dimora estiva, tanto era forte e sentito il legame con esso. È proprio per questo motivo che il piccolo gioiello in rovina sulla montagna è conosciuto anche con il nome di Convento degli Artisti. Nel periodo successivo alla guerra, dopo la dipartita dei membri della famiglia, questo luogo continuò a essere meta di numerosi noti pittori e artisti del tempo. Un luogo di pace e di ristoro dunque, di risanamento fisico e mentale e di ispirazione per gli artisti.

Oggi è quasi difficile scorgerlo a occhio nudo, quasi tutto il suo perimetro è celato alla vista dalla fitta vegetazione che lo avvolge e lo ingloba. Tutt’oggi nell’intento di raggiungerlo, non è raro imbattersi in qualche coraggioso che prova a percorrere l’antica via dei pellegrini. E’ sempre bello incontrarne. Un pellegrino è facile da riconoscere perché ha sempre il cuore lieto e il sorriso sulle labbra, e anche se provato dalla fatica è sempre il primo a salutarvi: se avrete la fortuna di incontrarne lungo il vostro percorso, capirete quanto il sorriso e il saluto di uno sconosciuto, a volte, possano riscaldare il cuore.

“Quand’anche avessi percorso tutti i sentieri, superato montagne e valli da est a ovest,
e non ho scoperto la libertà di essere me stesso, allora non sono ancora arrivato.
Quand’anche avessi portato il mio sacco dal primo all’ultimo giorno e sostenuto i pellegrini a corto di forze, o ceduto il mio letto a qualcuno arrivato dopo di me, donato la mia borraccia senza alcuna contropartita, se, di ritorno a casa e al lavoro non sono capace di seminare attorno a me la fratellanza, la felicità, l’unità e la pace, allora non sono ancora arrivato”.


Preghiera del pellegrino

La Galleria di Simone

Esploratore. Fotografo. Viaggiatore del tempo.

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