Si è detto molto su questo posto, si sono fatte svariate supposizioni e raccolti alcuni frammenti di storia, sulle persone che lo abitavano, e su quale fosse il ruolo che questo edificio aveva, nel contesto in cui sorge ed è stato costruito. Definirlo una villa è inesatto, si tratta di un podere, come riportato nei documenti rinvenuti, ma ne parleremo dopo. Tutte le varie interpretazioni hanno alla base un filo di verità, molte si sono avvicinate all’autenticità dei fatti, tuttavia forse c’è ancora qualcosa che è rimasto da dire e che a molti è sfuggito, qualcosa che possiamo aggiungere ai frammenti del puzzle. Questo sarà probabilmente l’articolo più lungo che pubblicheremo, ma è anche il posto che più ci ha segnati, non solo perché lo abbiamo scoperto, ma anche perché ci ha scelti per raccontarci la storia che andremo a narrarvi. Qui ha inizio il nostro viaggio nel tempo.

Partiamo dall’inizio. Doveva essere forse l’estate di un’anno fa che mi trovavo a guidare lungo una strada di campagna, su un tratto decisamente isolato ma neanche troppo lontano dall’abitato. Come ormai avviene con sempre maggior frequenza notai la presenza di quello che sembrava essere un rudere in rovina avvolto nella vegetazione incolta. Non so esattamente cosa mi colpì di quella costruzione, forse proprio la sua ubicazione isolata, o il cancello arrugginito che si intravedeva passando dalla strada, ma qualcosa mi portò a rallentare, forse parte di una scritta che si intravedeva, così decisi di appuntare la posizione sulla mia mappa per poi un giorno dargli un’occhiata più da vicino. Google Maps, crea etichetta: “Posto molto interessante”. Come spesso poi succede, il luogo resta soltanto un segnaposto etichettato su Maps, quando hai un’infinità di posti salvati con lo stesso criterio, non sempre ti rechi effettivamente a verificare che si tratti di un luogo abbandonato e accessibile, o almeno non in tempi brevi, a volte possono passare mesi, anni, in altri probabilmente non andrai mai se non trovandoti a passare un giorno, casualmente, per quella strada.

Molto tempo dopo, io e Alex avevamo pianificato una delle nostre escursioni urbex proprio in quella zona, io ancora sentivo il richiamo di quel posto, anche perché nel frattempo lo avevo osservato in modalità street view su Google Maps e aveva catturato la mia attenzione ancora di più. Andando a ritroso negli anni, con la funzione offerta da Google, si poteva notare il decadimento che il luogo aveva subito da un anno all’altro, nell’arco di pochi anni, almeno a giudicare dal suo aspetto esterno. In particolare si notava la presenza di un piccolo cartello segnaletico rotondo, metallico, di colore rosso, con una scritta artigianale che sembrava fatta con una sorta di vernice per metalli, con la dicitura “Vegan”, e sotto riportato l’indirizzo del posto. Un’insegna in pratica, che era stata apposta di fianco al cancellino di ingresso al vialetto che conduce all’ex abitato. Erano balzate nella mia testa molteplici ipotesi, pensai subito potesse trattarsi di una sorta di posto adibito a ristorante vegano, diversi anni prima, e di quell’attività fosse rimasto un cartello ormai arrugginito e sgangherato. Ma perché un ristorante vegan, o quel che era, in una zona così isolata, e soprattutto in anni in cui ancora non si parlava molto di alimentazione vegana, e non c’era ancora un interesse così diffuso verso le alimentazioni alternative? Qualunque cosa quel posto rappresentasse era ormai un tarlo entrato nella mia mente. Dovevo scoprirne di più. Così proposi ad Alex di inserirlo nel nostro itinerario, giusto per dare un’occhiata da vicino e capire in che condizioni versasse, e verificare se fosse accessibile.

Parcheggiammo la macchina poco distante e ci avvicinammo con cautela, facendoci strada tra i rovi e la vegetazione spontanea che negli anni aveva preso il sopravvento. Esternamente non appariva neanche così fatiscente come era sembrato all’inizio, sembrava aver subito un restauro nel corso degli anni, almeno esternamente. La scritta che avevo notato inizialmente sulla facciata esterna era di fatto il nome del podere. I tipici caratteri in rilievo, simili a quelli delle vecchie stazioni, che si usava un tempo affiggere all’esterno per indicarne il nome. Non a caso, il nome del podere, era quello di un importante santo della tradizione cristiana.

Girammo intorno all’edificio, per quanto possibile, scansando i rovi e la vegetazione, studiandolo da fuori. Sul retro, si trovava parcheggiata una vecchia roulotte, con la porta aperta, anch’essa visibilmente abbandonata. Nessuna informazione al suo interno, solo un quaderno appartenuto a un bambino. Sul retro si intravedeva l’ingresso delle cantine, sembrava tutto aperto, ma i rovi impedivano di raggiungere quel lato dell’edificio. Una parte della struttura sembrava crollata, di sicuro non era difficile trovare un varco, ma anche lì la vegetazione rendeva difficoltoso il passaggio, tuttavia, su una delle facciate, al piano terra, c’era una finestra mancante.

Ricordo di essere entrato per primo, in avanscoperta, dovevo dire ad Alex se c’era qualcosa di interessante, e se valesse la pena entrare. Guardandomi intorno, a una prima occhiata il posto non mi colpì granché, lo scantinato era abbastanza fatiscente, tanti ragni e tanta polvere, ricordo una cassa in legno a terra, con dentro vari suppellettili. Cianfrusaglie. C’era una credenza, in legno ormai marcito, escrementi di topo dappertutto. Andando a destra si accedeva a quella che doveva essere una stalla, intorno alle pareti vi erano le mangiatoie per gli animali. Non c’era nulla di interessante nella stalla, componenti elettrici in ceramica, in una scatola, molto vecchi, utensili vari. Dallo scantinato c’erano due porte, ricordo di aver aperto quella davanti a me, e lo scenario si fece già più interessante. Una stanza, con un’apertura ad arco che dava sull’esterno, una sorta di loggiato, al centro della stanza una poltrona logora e corrosa dal tempo e dalle intemperie, la luce che filtrava attraverso la vegetazione entrando dall’apertura ad arco, creava un gioco di luce veramente surreale, la poltrona appariva quasi in silhouette, sulla sinistra ricordo c’era una vecchia lanterna posta su una cassa di legno, di quelle usate quando non c’era l’illuminazione elettrica. Sulla destra della stanza un armadietto in metallo pieno zeppo di libri ormai logorati dall’umidità e dalle intemperie, ma molto antichi, le date di pubblicazione e di stampa si aggiravano tutte intorno al 1900-1930, alcune di fine ‘800. Molte copertine dei libri avevano i tipici caratteri di epoca fascista, comuni nelle locandine propagandistiche, con stampe in rosso e in nero su carta avorio. Chiamai subito Alex dicendo che forse c’era qualcosa di interessante. Ci piace la decadenza di queste stanze, dove il mobilio appare logoro e corroso dal tempo, quella poltrona in legno sbilenca e ormai spoglia della sua imbottitura, al centro della stanza, i libri antichi, la lanterna, ci sembravano già un tesoro da fotografare, eravamo ignari delle sorprese e delle emozioni che ci avrebbero riservato le altre stanze.

L’altra porta conduceva all’ingresso dell’abitazione, un salotto molto vecchio con poltrone e divano di modesta fattura, in stile povero, rustico. La cosa che colpiva di quel salotto era una parete con un’apertura molto grande, un camino, non ne avevamo mai visto uno così, una stanza dentro la stanza. Una stanza camino. Potevamo camminarci dentro. Forse veniva usato per cuocere il pane o come sorta di affumicatoio. Intorno si cominciavano a scorgere dei piccoli quadretti religiosi appesi alle pareti. Nella stanza adiacente vi era la cucina, piccola ma essenziale, un bel frigo col maniglione come usavano un tempo e vecchie stoviglie. Un’antica bilancia da cucina in ottone con base in legno, molto caratteristica. Mentre io curiosavo tra i vari utensili, Alex era salito al piano di sopra, credo siano trascorsi due o tre minuti prima che tornasse giù in volata esortandomi a salire. “Non puoi capire, non puoi capire!” Continuava a ripetermi… appena salite le scale mi guardai un attimo intorno… e cominciai a sentirmi un po’ disorientato… non riuscivo a dare delle date a quel posto, sembrava tutto molto antico ma con elementi più recenti, non riuscivo proprio a dare una collocazione temporale, appena salite le scale, cominciai a sentire una sorta di graduale ma immediato distacco dalla realtà.

Sopra le scale vi era una stanza che collegava alle altre stanze, un disimpegno, pieno di cose molto vecchie. Un baule e una vecchia credenza in legno, un tavolo, una vecchia macchina da cucire con la ruota e relativo mobiletto in legno, altri quadri religiosi, molto belli, con la cornice dorata. Vecchi tomi di un’enciclopedia illustrata elegantemente rilegati. Nella credenza statuette di angeli e degli scacchi incisi a mano, un piccolo servizio da tè in argento e moltissime altre cose interessanti.

La stanza adiacente era di una decadenza indescrivibile, sembrava trattarsi di una camera da letto, al centro della stanza vi era una sedia simile alla poltrona trovata giù nello scantinato, molto logora e un po’ sbilenca, posta al centro della stanza su di un letto di muschio e di macerie, il tetto della stanza aveva ceduto al centro, crollando, la parte del tetto rimasta integra si manteneva in equilibrio sui mobili rimasti. I mobili erano diventati il sostegno del tetto, senza di essi il tetto sarebbe collassato completamente. Al muro era ancora appeso un vecchio crocifisso in metallo scuro, che conferiva alla stanza un qualcosa di mistico e di lugubre, una cornice appesa alla parete sullo sfondo verde della muffa, con una foto sbiadita e ormai non più visibile. Di fianco uno splendido armadio piuttosto grande posto in piedi ma dislocato dalla sua posizione originale, rivolto verso la porta, con uno specchio esterno ancora integro, rifletteva la muffa del muro e un’altra cornice sbiadita. Dal soffitto penzolava giù un filo dell’elettricità che arrivava quasi fino al pavimento, con una lampadina appesa all’estremità che oscillava col vento. La stanza aveva qualcosa di ammaliante, nonostante il suo decadimento, dava davvero il senso di un qualcosa di molto vecchio. Eravamo stati all’improvviso catapultati in un’altra epoca. Ma il bello doveva ancora arrivare.

L’altra stanza era anch’essa una camera da letto, ma quando abbiamo spinto la porta siamo rimasti a bocca aperta… quella stanza conservava ancora tutto, non aveva subito nessun crollo. Uno splendido letto in ferro con schienale decorato, seppur logoro, aveva ancora le lenzuola e la coperta, non troppo pesante, l’abbandono doveva essere avvenuto in una stagione mite, forse in primavera o a fine estate. Il letto era ancora rifatto, come se aspettasse il ritorno dei suoi abitanti. Un vecchio comò e varia mobilia era disposta nel perimetro della stanza, un bellissimo quadro con una madonna, un piccolo scrittoio in legno con alcuni soprammobili, una borsetta, gli armadi, una vestaglia bianca e altri quadri religiosi. Una piccola porticina di fianco al letto dava dentro a una sorta di sottotetto, da questa porta filtrava una spettrale luce verde che illuminava la stanza, ricordo quel bellissimo gioco di colori: la luce che filtrava dalla finestra rifletteva sulla pediera del letto, color ruggine, proiettando una luce arancio che da sotto il letto andava a scontrarsi con la luce verde che filtrava dalla porticina di fianco. Ricordo che ci siamo spaventati perché la porticina con la luce verde continuava a chiudersi da sola, c’era un’aria davvero pesante all’interno, claustrofobica, era palese che nessuno fosse più entrato da moltissimi anni. La semioscurità, la luce verde, l’odore di stantio, tutto rendeva l’atmosfera spettrale e l’autosuggestione cominciava a fare brutti scherzi.

La stanza successiva era anch’essa una camera da letto, molto più piccola delle altre ma messa molto male, non vi era niente di particolarmente interessante. C’era poi un’altra stanza che al contrario era davvero molto suggestiva. Un vecchio armadio molto grande sul fondo della stanza, di fianco alla finestra, con dentro gli abiti ancora appesi e molto ben conservati. Altri quadri religiosi e un vecchio attaccapanni al quale vi era appesa una vecchia vestaglia blu a pois bianchi, come usavano un tempo. Ma la chicca di questa stanza era il comò, pieno di oggetti molto antichi. In un cassetto abbiamo rinvenuto una miriade di oggetti di natura religiosa. Pacchi di lettere e di santini, varie statuette di santi e madonne e la testa di un cristo in pietra, moltissime fotografie e ritratti, sembravano essere quel tipo di foto marmorizzate o incorniciate nel vetro destinate ad essere applicate sulle tombe. Erano ricorrenti nelle fotografie trovate nelle stanze la figura di una signora molto elegante e di un signore, probabilmente il marito. Sempre nel comò erano presenti moltissimi altri oggetti religiosi, un cassetto in particolare conteneva una miriade di cimeli, dei trittici in legno dorato con immagini di cristi e madonne, figure di santi, una scatoletta piena di reliquie alcune sigillate con ceralacca rossa, con il marchio ancora ben visibile, le cui diciture indicavano resti di santi anche molto importanti, come San Galgano. C’erano svariati libri di preghiera, novene antiche, preghiere trascritte a mano come si usava in quel tempo, timbri per la ceralacca, un biglietto di una prima comunione datato 1909. È stato veramente affascinante riscoprire un passato così lontano e rivolto alla fede, frugare fra quelle reliquie e quei cimeli dall’aspetto così misterioso, quasi esoterico. Eravamo letteralmente stregati da tutto ciò che scorreva, come in una pellicola antica, davanti ai nostri occhi.

Ma l’ultima è stata la stanza delle sorprese, ci sembrava di aver trovato già molto ma ancora non sapevamo cosa ci avrebbe riservato quell’ultima stanza. Si trattava di una stanza da letto ma più piccola delle altre, al centro vi era un letto singolo, intorno al letto la stanza era letteralmente sommersa di roba. Il mobilio consisteva in un armadio a due ante, un paio di bauli e altri bauletti più piccoli, un bellissimo e antico comò con specchiera, appeso sul muro alle spalle del letto vi era un vecchio orologio in legno con numeri romani e all’angolo della stanza, una tendina nascondeva una nicchia dove vi erano disposti su mensole una marea di vecchissimi libri. Su una sedia posta all’angolo della stanza c’ra una foto più grande della Sig.ra e vicino alla fotografia un antico trattato di tossiemia. Iniziavo a fare dei collegamenti, gli adesivi vegan, il cartello “vegan” che avevo visto su Google Maps, alcune riviste di associazioni animaliste che avevamo trovato in giro, uno sciroppo antitabagico di una vecchia erboristeria. La tossiemia per chi non lo sapesse è un’antica teoria, mai riconosciuta dalla medicina tradizionale, secondo la quale il dott. John Henry Tilden (1851-1940) considerava origine della malattia l’accumulo di tossine nell’organismo. Le cure consistevano in tutta una serie di metodi per disintossicare l’organismo, mediante l’ausilio di estratti, decotti, sciroppi a base di erbe ai quali doveva essere abbinato un cambiamento profondo dello stile di vita. C’erano inoltre vecchi libri e antichi trattati sull’alimentazione vegetariana. Cominciava a essere lampante che la signora e forse l’intera famiglia seguissero uno stile di vita alternativo basato sul non consumo di carne, e si curassero esclusivamente con i rimedi naturali. Ma di questo avremo conferma dopo.

La stanza era talmente piena di roba che non sapevamo più da che parte guardare e cosa fotografare, ovunque rivolgevamo lo sguardo vi erano oggetti, buste, scatole piene di cose. Ricordo un bellissimo album contenente una collezione di cartoline antiche, erano uno spettacolo. Ricordo tantissime lettere che avrei voluto leggere tutte per capire la storia di quel posto ma era impossibile, ci sarebbero voluti giorni. Ricordo tantissimi oggetti per il cucito, vecchi campionari e molte lettere che contenevano piccoli campioncini di punti all’uncinetto. Mi faceva tenerezza pensare che un tempo senza la tv, i mezzi di comunicazione che ci sono adesso, il metodo per apprendere quell’arte era rappresentato dallo scambio di corrispondenza con le amiche, con le quali la signora scambiava dei piccoli campioni fatti all’uncinetto per poi riprodurli. Le lettere rigorosamente scritte a mano in bella scrittura, materia che un tempo si insegnava a scuola e rappresentava un voto sulla pagella.

Immancabili gli oggetti religiosi che facevano pensare a una persona di devota fede. Molti disegni a carboncino e matita, arrotolati e ancora ben conservati, un vestitino azzurro da bambina realizzato a mano disteso con cura sul letto. Sul comò vi era una piccola scultura, una riproduzione dell’ultima cena. Ai piedi del letto vi era un oggetto abbastanza inquietante: sembrava essere il calco in gesso dello scheletro di una mano. Inizialmente non avevamo idea di cosa fosse, sembrava una parte di quegli scheletri per lo studio dell’anatomia umana, successivamente, chiedendo informazioni, ci è stato detto che un tempo era una pratica molto diffusa realizzare e conservare, oltre alle foto post mortem, i calchi di parti del corpo di defunti, e di santi, come ad esempio piedi, mani o addirittura del volto. Ma la chicca più bella di quella stanza era una cassa in legno posta ai piedi del letto. Una volta aperta abbiamo scoperto con sorpresa che conteneva una meravigliosa collezione di burattini antichi, molto ben conservati con le figure e i personaggi più disparati: un diavolo, un vampiro, una strega. Immaginavo le storie raccontate ai bambini durante i teatrini, lo spavento sui loro volti e le risate. Quei burattini avevano qualcosa di veramente inquietante e sinistro ma eravamo letteralmente stregati da quel ritrovamento, sembravano usciti da un film dell’orrore. Continuavamo a chiederci, increduli, com’era possibile che tutto ciò si fosse conservato, come racchiuso in una gigantesca scatola del tempo, fino ai giorni nostri. Abbiamo scattato delle foto e riposto tutto con cura e attenzione, esattamente come lo avevamo trovato. Purtroppo chi è arrivato dopo di noi non ha avuto la stessa accortezza e lo stesso rispetto… ma questa è un’altra storia.

Eravamo increduli e sconvolti, ci sembrava di aver fatto un lungo viaggio nel tempo. Siamo usciti da quella casa come risvegliandoci da un sogno, con la promessa che avremmo provato a ricostruirne la storia. Ci sentivamo quasi in dovere di proteggerlo quel luogo, nonostante il suo evidente abbandono.

Siamo tornati a esplorarlo una seconda volta insieme ai Ghost Village chiedendo loro se potevano darci una mano a scoprirne di più. Il video dell’esplorazione è disponibile sul loro canale YouTube. È stata una bellissima esperienza e insieme ai nostri amici abbiamo provato a scoprire qualche particolare in più su questo luogo sospeso nel tempo.

Dopo la realizzazione del video, siamo tornati sul posto almeno un’altra volta o due. Durante l’ultima esplorazione ci siamo soffermati una mezz’ora cercando di capire ancora la storia di quel luogo e quale fosse il nesso col movimento vegan in un tempo così lontano. Ma più di ogni cosa cercando di comprendere la storia di chi lo abitava. Ogni volta era come trovare un pezzo di un puzzle e piano piano cominciavamo a unirli insieme. Abbiamo trovato sul fondo di una scatola un piccolo libretto molto simile a una vecchia carta d’identità che al tempo veniva rilasciato alle vedove di guerra. La signora aveva dunque perso il marito in guerra.

Abbiamo poi rinvenuto, come in un gioco di scatole cinesi, una busta contenente alcune missive. Avevamo finalmente trovato le risposte che cercavamo. Qui sotto una pagina di una delle lettere.

Grazie alle lettere abbiamo ripercorso la storia del luogo.

Era il 1977. La Sig.ra probabilmente ormai rimasta sola, o con l’anziana zia (si parla di una zia nelle lettere), stava cercando di dare un futuro a quel bellissimo podere e ai terreni che lo circondavano, di cui era in possesso. Dopo aver perso il marito in guerra e dopo una vita dedita alla preghiera, alla fede, al cucito e al ricamo, al disegno, ed essendo sostenitrice dell’alimentazione vegetariana, di uno stile di vita sano e della medicina naturale, desiderava mettere a disposizione la sua proprietà per questa causa. Dobbiamo tener presente che in quegli anni non c’era tutto questo interesse verso l’alimentazione vegetariana, il biologico e le medicine alternative, e non c’era neanche l’informazione che c’è adesso. Cominciavano a nascere i primi piccoli gruppi ed associazioni. Questa donna era avanti anni luce.

Le lettere provenivano da Francoforte. La Sig.ra si era messa in contatto con il titolare di un certo Veganbar (nome di fantasia). La persona che scrive alla Sig.ra è il titolare di questa attività, ed è italiano. Probabilmente un italiano trasferito in Germania dove aveva aperto un bar che si occupava di alimentazione vegetariana e biologica. Tra le righe della prima lettera infatti leggiamo:

Ho combattuto in Germania per 7 anni per far conoscere “il frullato” ai tedeschi e ora voglio dedicare il resto della mia vita a combattere contro gli italiani che mangiano la carne e far capire loro cosa significa essere un vegetariano, cosa significa non far soffrire le bestie.

Il titolare del Veganbar, stanco della vita in Germania stava cercando un luogo adatto, in Italia, che si prestasse al conseguimento del suo progetto. La Sig.ra si mise in contatto con il titolare del bar, mettendo a disposizione la sua proprietà e il suo terreno. Ancora non si parlava di vendita o affitto, l’aspetto economico non era stato ancora discusso. È il titolare del bar che chiede alla Sig.ra che intenzioni avesse, se di vendere o di affittare, proponendo anche alla Sig.ra di rimanere, poiché a lui non avrebbe dato alcun fastidio, e anzi lo avrebbe potuto aiutare a sbrigare le varie pratiche per i permessi. Sembrava avere molta fretta di concludere questo accordo e la Sig.ra sembrava essere molto affabile e gentile. Il titolare del bar si recò in Italia ospite della Sig.ra svariate volte, per visionare il luogo, discutere il progetto e per sbrigare le prime pratiche per l’avvio dell’ambiziosa attività. Le lettere infatti si intervallano tra una visita e l’altra. Ecco alcuni estratti dalle lettere:

Io ho ad agosto ’77, 40 anni e mi trovo da ben 17 anni in Germania! Sono da 7 anni vegetariano ed ho creato un Vegan-Bar qui a Francoforte […] il negozio va bene, è purtroppo il ritmo infernale che non sopporto più.

Tra le varie offerte che mi sono pervenute la sua mi sembra che sia la più adatta.

Cosa intende fare? Vendere? Affittare? A me non darebbe fastidio se lei volesse rimanere! Anzi, un suo prezioso aiuto può eliminare perdite di tempo di qualsiasi genere!

In sintesi il titolare del Veganbar di Francoforte, in accordo con la proposta e la volontà della Sig.ra, voleva trasformare la proprietà in una pensione vegetariana, con tanto di camere, piscina, e villaggio con bungalow. Per essere il 1977 possiamo affermare che la Sig.ra avesse un progetto veramente ambizioso e straordinario. Nella prima missiva il corrispondente rivolge alla Sig.ra una serie di domande, nell’intento di valutare se la proprietà risultasse idonea al progetto:

Quanti Km. dista il paese più vicino?
Dov’è la scuola elementare? Come si fa per raggiungerla?
Che possibilità c’è via ferroviaria per andare a Roma?
I 4 ettari di terreno sono sparsi o intorno alla casa?
Il suo casolare è completamente isolato?
C’è la possibilità di avere il telefono?
Volendo fare la pensione vegetariana mi servono un complessivo di 20 stanze circa! Se la sua casa non ha questa possibilità si può ampliare? Mi danno il permesso?
C’è tanta acqua da poter fare la piscina?

Una cosa che ci ha fatto sorridere è che a proposito di acqua per la piscina, in un’altra missiva, il titolare chiedeva alla Sig.ra se c’erano in zona “Cercatori d’Acqua” e se c’era la possibilità di mettersi in contatto con uno di loro. Al tempo (ma molto spesso anche oggi) per cercare l’acqua e realizzare un pozzo, venivano chiamati i cosiddetti rabdomanti, una sorta di “maghi” o meglio, di persone dotate di una capacità sensoriale che che gli permette di percepire le vibrazioni dell’acqua con l’ausilio di strumenti come bastoni a forcella. La rabdomanzia non ha mai trovato una spiegazione scientifica ma di fatto i rabdomanti hanno continuato per secoli a trovare l’acqua laddove i mezzi più avanzati fallivano, al punto che la figura del rabdomante, una figura esistente già dal III secolo a.c., nonostante il non riscontro scientifico della pratica, venne riconosciuta nella maggior parte degli stati.

Dopo aver ricevuto una risposta positiva dal comune vorrei per quest’anno fare il sentiero che porta ai bungalow, la ricerca dell’acqua e piantare alberi da frutta: mele, pere, albicocche, ciliege, fichi, noci, caki, parlare poi con l’architetto per l’allargamento della stalla e cucina per farci la sala da mangiare per 20-30 persone. Spero e prego Dio che mi aiuti a fare quanti più passi a Novembre perché se il comune rallenta con il permesso, nel ’78 mi comincia a diventare tutto troppo tardi.

Le sembrerà tutto un po’ stano, ma quando uno ama la vita, ama la natura come me e cerca di raggiungere lo scopo prefisso io penso che non serva niente altro! Si può (basta capirlo) anche vivere con un po’ di patate e con un pezzo di formaggio.

Nelle lettere il titolare del bar non chiede mai alla Sig.ra dei figli, chiede sempre della zia, ma mai dei figli. Possiamo dedurre quindi che la Sig.ra non avesse figli e dunque che non ci fossero eredi. Ecco perché cercava di vendere la proprietà nella speranza che potesse servire al conseguimento della sua nobile causa a favore del vegetarianismo.

In un’altra lettera emergono date ben precise, se il comune avesse approvato i permessi, il titolare del bar avrebbe chiuso l’attività il 4 novembre e il giorno dopo si sarebbe trasferito in Italia con la moglie e la bambina.

Con molta probabilità, la roulotte abbandonata fuori dall’abitazione, con all’interno il quaderno della bambina, apparteneva proprio al titolare del bar, ed era utilizzata come mezzo di spostamento tra Italia e Germania.

Dall’insegna “vegan” della quale parlavamo a inizio articolo, si può dedurre che l’attività sia infine stata avviata, ma che per ragioni ignote, la sua esistenza sia stata breve e la sua espansione sia stata per qualche ragione interrotta. I bungalow non sono mai stati realizzati così come il sentiero che avrebbe dovuto condurvi, l’ampliamento della stalla e della sala da pranzo per creare il salone non sono mai avvenuti. La piscina e il pozzo non sono mai stati realizzati. Che il comune non abbia concesso i permessi e il titolare del bar sia stato costretto a rientrare in Germania? Possiamo supporre che per un certo periodo le 5 camere siano servite a dare alloggio agli ospiti della pensione, che la Sig.ra sia morta in seguito alla vendita della proprietà, se mai è avvenuta una vendita, e la mancanza di eredi abbia fatto sì che l’unico destino possibile per quell’oasi di pace fosse un triste abbandono.

Qualunque sia stata la sua sorte, si tratta di un tesoro rimasto sepolto sotto la polvere per svariati decenni. Ci allieta pensare che qualcosa di mistico ci abbia condotti lì, ed è proprio ciò che abbiamo sentito. Grazie Sig.ra F. per averci chiamati a lei, alla sua terra, per averci raccontato la sua storia e i suoi segreti, e per tutto ciò che ci ha donato. La sua storia è stata per noi una lezione di vita, che ci ha fatto riscoprire e rivivere i valori di un tempo. Anche se siamo solo degli estranei visitatori, porteremo sempre nel nostro cuore la sua storia e il suo posto, che ora sentiamo anche un po’ il nostro.

La Galleria di Simone

La Galleria di Alex

Il video dell’esplorazione insieme ai GhostVillage.
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